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Ci sono pittori che affascinano gli scrittori: Manet è uno di loro. Durante la sua breve vita, Baudelaire, Zola, Mallarmé, scrivono su di lui pagine ispirate. Dopo la sua morte, nel corso del Novecento, Valéry, Malraux, Foucault e Bataille gli consacrano studi approfonditi e ammirati. Quello di Georges Bataille (1897-1962), che qui presentiamo, è il più stupefacente. Che cosa poteva avere in comune il grande filosofo francese – affascinato dall’eccesso, dalla trasgressione, dall’erotismo, dalla morte – con Manet, pittore apparentemente «leggero», elegante, legato al gusto del Secondo Impero? In realtà quello che in Manet affascina Bataille è l’uomo del dubbio, colui che trasgredisce i valori stabiliti, colui che dà scandalo ai borghesi, ai bempensanti (basti ricordare l’Olympia), colui che sa rappresentare con rara potenza e verità la morte (L’esecuzione di Massimiliano, La morte del torero). Una lettura indubbiamente parziale, controcorrente, ma affascinante, con il grande merito di scoprire nell’opera di Manet profondità prima sconosciute, abissi prima ignorati, dalla critica e forse dallo stesso pittore.