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Quando ho iniziato a scrivere La guerra di Giovanni, pensavo che il punto d'arrivo fosse quello:
la fine del fronte, il ritorno a casa, la pace. Perché è così che ci hanno sempre raccontato la storia:
si combatte, si soffre, si sopravvive... e poi finalmente tutto torna a posto.
Ma non è andata così. Per mio nonno Giovanni la guerra non finì il giorno dell'armistizio.
Finì solo sulla carta. Finì nei comunicati. Finì nelle bandiere.
Dentro di lui, e attorno a lui, continuò ancora per anni.
Quando rientrò, trovò un paese che aveva vinto, si, ... ma non c'era stato nessun beneficio.
La terra era sempre la stessa, dura e avara. Le case erano in piedi,
ma le famiglie erano cambiate. C'era chi mancava, chi era tornato diverso,
chi non era tornato affatto. E sopra ogni cosa c'era la povertà: quella vera,
che non fa rumore, ma ti stringe la gola ogni giorno. Giovanni aveva fatto quello che poteva.
Aveva dato tutto. Aveva perso amici, giovinezza, sonno, innocenza.
Eppure, una volta finito tutto, nessuno ti ridava indietro niente.
Non c'era lavoro. Non c'era denaro. Non c'era futuro.
Solo campi da zappare, bocche da sfamare e una vita che sembrava già scritta:
uguale a quella di prima, ma più stanca, più vuota, più amara.
E allora arrivò la scelta più difficile. Quella che tanti, in quegli anni, fecero in silenzio.
Partire.
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